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Intervista a Rodrigo Garcia

di Giacomo d’Alelio

Scheda Arrojad Mis Cenizas Sobre Mickey
Scheda 2186



1. Nel 2005 avviene ACCIDENS: MATAR PARA COMER / INCIDENTI: UCCIDERE PER MANGIARE, in cui un astice viene ucciso e mangiato in scena. E scatta una polemica feroce. Recentemente a Milano lo stesso spettacolo è stato “bloccato” dalla polizia. L’uomo ha troppa paura di guardarsi allo specchio?
 
Questa questione dell’astice ha avuto un’eco eccessiva per una scemenza. Lo sappiamo che in tutto il mondo si ammazzano gli astici per mangiarli. Nessuno grazie all’episodio dell’astice si guarda allo specchio, perché le stesse persone che hanno instaurato la polemica non ne hanno proprio la capacità a priori. In realtà questa azione è talmente dura che impedisce ad una tipologia di persone di guardare davvero quello che c’è sotto, dato che io non ammazzo l’animale per il semplice gusto di ucciderlo, ma lo uccido facendo una riflessione sulla tortura, sull’agonia. Anche su cose che mi riguardano, perché provengo dall’Argentina e lì si torturava, si uccideva. Quando io uccido l’astice c’è quella strana relazione tra la vittima e il suo torturatore. Mi piace anche parlare dell’agonia per quello che significa la morte, per il rapporto dell’uomo con la morte. Infatti, questo spettacolo è nato da un incidente d’auto, l’occasione più vicina alla morte che ho avuto. Un peccato che si crei tutto questo scandalo fermandosi a guardare la morte del singolo astice senza vedere tutto quello che c’è dietro. E questo è il problema.
 
1. L’episodio di Milano e la difficoltà di vedere a volte uno spiraglio ti hanno mai portato a desiderare una possibile fuga?
 
Al contrario. Io credo che si debba continuare a lottare. A Barcellona è successa la stessa cosa. Ma bisogna resistere e non stare zitti. A me piace fare opere di teatro che sono scomode, che non risultano digeribili. Le faccio per un pubblico europeo che ha soldi per andarci, che ha una certa cultura. E che mi piace provocare. Non voglio offrire opere belle. Mi piace litigare, entrare in conflitto con esso. Se qualcuno vuole impedirmi di fare questo spettacolo, si deve continuare e cercare di farlo. È vero che si devono rispettare le leggi, però è altrettanto vero che alcune leggi non sono fatte bene. La legge può non essere fatta bene. Noam Chomsky parla di sopravvivenza civile. Cioè tenere l’etica individuale altrettanto valida quanto la legge. C’è la legge, ma io posso anche non essere d’accordo e posso trasgredirla essendone giustificato, perché i governi uccidono, fanno la guerra e questo dal punto di vista legale è corretto. La guerra è permessa. Quindi, è evidente che le leggi non sono fatte bene tutte quante. Io devo continuare a mantenere la mia etica, la mia libertà e per questo continuo a fare le mie opere di teatro. Se questo vuol dire fare clandestinamente l’opera dell’astice, farò così. Perché c’era un gruppo di persone e mezzi di comunicazione che non erano d’accordo con il proibirlo, e che capiscono che uccidere e mangiare l’astice ha un senso, mentre ucciderlo nel ristorante ha come unico senso mangiarlo.
 
1. Nelle tue opere hai stigmatizzato l’alta, ma soprattutto la bassa iconografia che fa purtroppo parte della nostra cultura, passando da McDonald’s, per arrivare con il tuo nuovo lavoro, Arrojad mis cenizas sobre Mickey, che sarà presentato a Dro, ai microcosmi abitati da Mickey Mouse & Friends.
 
In genere si riduce il mio lavoro, e questo non mi piace. La storia di Ronaldo il pagliaccio di McDonald’s è un lavoro contro la società del consumo: e questo è vero. Il mio lavoro è molto più profondo però. Io parlo di una perdita di molti sensi e di molti valori della società. Di fatto Cenizas è un lavoro molto diverso da Mcdonald’s perché è più intimo, e meno spettacolare, senza musica e spoglio. Ho già fatto molte opere a sfondo politico e adesso cerco di fare una cosa differente. Certo, compare ancora una volta una parola come Eurodisney, ma spero che le idee abbiano la stessa forza che hanno negli altri spettacoli, non avendo bisogno di urlare come in Agamennone e in McDonald’s. È un lavoro molto più tranquillo.
 
1. Ho visto delle immagini di Cenizas in cui gli attori sono immersi nel fango.
 
Ho ripreso l’idea del fango da un workshop fatto a Volterra l’anno scorso. Mi piace lavorare con il corpo sporco, e con gli attori che abbiano difficoltà a muoversi. Utilizzo il fango anche perché nel lavoro c’è un grande discredito nei confronti della società. Anche lavorare vicino al punto di vista della scultura credo che sia un importante simbolo. E quindi lavorare col fango sembrerebbe definire la costruzione di un uomo nuovo. Forse perché non mi piace la società in cui vivo, viviamo.
 
1. Il rapporto che si istaura tra te e i tuoi attori è molto forte, e fondamentale. Come tu non ti risparmi mai, anche loro non lo fanno. Un vero scambio. Come ci riesci?
 
Come artista per me il lavoro vero è non avere pudore. E questa è la cosa più difficile, perché in qualche modo ti stai spogliando. Con i miei attori non c’è quasi mai problema perché quasi sempre la pensano come me. E fanno teatro per le mie stesse ragioni. Non sono professionisti che lavorano con altre compagnie, non fanno teatro classico, commerciale. Fanno un tipo di teatro contro il sistema e contro il teatro convenzionale. Una volta che le idee coincidono non c’è un problema vero per lavorare. Ci sono molti attori di teatro tradizionale che mi dicono che vorrebbero lavorare con me, ma non credo sia possibile. Non è un problema professionale, ma una questione ideologica, di condivisione di quello che ti piace della vita. Quando condivido tutto ciò con gli attori le cose nascono da sole. Io posso proporre qualche piccola improvvisazione e sono poi loro a portarle al limite estremo. Ci sono persone che credono che sia io, che mi dicono che li faccio sentire a disagio. Ma sono loro, perché anche loro sono consapevoli che se le cose che propongo non venissero portate al loro limite rimarrebbero una sciocchezza. Del resto, io lavoro sempre su azioni concrete, non parlo mai con gli attori del senso delle cose affinché le proposte siano abbastanza ambigue da caricare ogni attore della possibilità di svilupparle per conto proprio, nel modo che ritiene più opportuno. Non spiego mai, lavorando semplicemente in modo intuitivo, ed è questo che mi piace. Non faccio nessun lavoro a tavolino. C’è una fiducia totale.
 
1. Sempre a Drodesera sarà presentato 2186, che nascerà dalla residenza creativa nella Centrale di Fies. Ce ne vuoi parlare?
 
Ho appena finito un lavoro. E quindi sto iniziando a riflettere su uno nuovo. L’unica cosa che posso dire è che l’idea è nata da fare una cosa insieme con Stefano Scodanibbio che suona il contrabbasso e la cosa interessante per me è instaurare una collaborazione, una modalità per farlo, non solo con due attori, ma anche con un musicista molto importante. Di quello che andremo a fare non posso dirti niente perché non so davvero cosa succederà. Il titolo non è un’invenzione totale e non è neanche provvisorio; deriva da una fotografia che ho fatto ad una mucca che aveva il numero tatuato sul collo: il 2186. Ho tentato di mettere un titolo in apparenza assurdo ma che mi permettesse di andare in qualunque direzione, avere una libertà totale. Quindi, del contenuto non posso dire altro, e che nasce dalla volontà di lavorare con Stefano, che suona musica contemporanea, e che mi piace molto.
 
1. C’è un’evoluzione nel modo di intendere l’atto creativo nel tuo lavoro, e questa strada che stai percorrendo dove senti che ti sta portando, e quale potrà essere il tuo nuovo progetto?
 
In primo luogo riposare. Perché spesso si lavora troppo e non si ha tempo di fermarsi un attimo e guardare da lontano quello che stai facendo. Mentre è importante. Ho appena finito Eurodisney che segue Approssimazione all’idea di sfiducia fatta a Torino, anch’essa un’opera molto intima, molto tranquilla. Penso di prendere un po’ di tempo per guardare il mio lavoro e così essere pronto per il prossimo, perché altrimenti diventerebbe una noia totale ripetere sempre le stesse cose. Non mi piace neanche l’idea di fare un prodotto di mercato e che si possa dire che Rodrigo Garcia fa opere preconfezionate. Del resto cerco sempre di cambiare anche per il semplice motivo che cambio io stesso: cambio modo di vedere le cose, e mi fa piacere che questo cambiamento si rifletta nelle opere che faccio. Quando inizio a lavorare su di una nuova opera non ho mai niente di prestabilito, non ho mai un progetto. Nelle ultime 15 opere non ho mai avuto prima un’idea, un testo, non avevo assolutamente niente da cui partire. Comincio a lavorare semplicemente con gli attori che ho, e nasce tutto da questo incontro, anche grazie allo spazio che ho. Ed è per questo che non posso parlarti di 2186 perché finché non inizierò a lavorarci non saprò assolutamente niente di quello che succederà. Il teatro si fa con le persone e devo ascoltare quello che dicono, quello che pensano. Devo vedere come sono. In 2186 lavorerò con uno degli attori di McDonald’s, Juan Navarro. Ma lavorerò anche con un’attrice tedesca con cui non ho mai lavorato. E per la prima volta con Stefano. Si crea una situazione totalmente nuova.
 
1. Sei anche autore dei testi dei tuoi spettacoli.
 
Il momento in cui scrivo in realtà è una tipologia di scrittura visiva, cercando di essere attento anche alla parte musicale e ritmica di quello che scrivo. Perché io lavoro con il teatro e quando parla l’attore c’è un problema di ritmo. Mi piace lavorare con la musica. Sto anche lavorando in una forma diversa per consegnare al pubblico i testi. Sto usando molto le video proiezioni. Spesso non mi piace che sia l’attore a dire tutto, in primo luogo perché è una forma tradizionale; poi perché non mi piace che l’attore sia un veicolo che interpreta il testo, che sia un mediatore. E mi sembra anche artificioso che l’attore si debba imparare un testo a memoria. Per questo sto lavorando molto con le video proiezioni perché il pubblico è invitato non più ad ascoltare, ma a leggere, trasformandosi in un lettore, non avendo più l’attore come intermediario. È una forma differente di mostrare la letteratura in teatro e questa cosa mi interessa. La difficoltà è trovare la giusta combinazione tra le azioni che fa l’attore e quello che il pubblico legge. Questo sì che è difficile: non fare azioni descrittive, non fare quello che il pubblico sta leggendo e con tutto questo sto cercando di formare una poetica scenica personale.
 
1. Nel film La sottile linea rossa di Terrence Malick, sorta di opera filosofia esistenziale a partire dallo sbarco delle truppe americane sull'isola di Guadalcanal, c’è una frase che mi ha molto colpito: “Sei mai solo?” “Solo con gli altri”.
 
Ognuno di noi ha la possibilità di vivere meglio. Se tu te lo proponi, dovresti riuscire a trovare il tempo. Fondamentalmente è una questione di tempo. Come utilizzare il tempo. La qualità della vita è legata a come gestisci il tuo tempo. E questo possiamo farlo tutti, tutti possiamo provarlo. Possiamo lavorare di meno, capire come sia possibile, e poi gestire il tempo a disposizione. Invece la gente credo abbia talmente paura della noia da preferire continuare a lavorare sempre, essere sempre occupata, con immagini e attività a riempirla per non annoiarsi.
 
Si ringrazia per la traduzione dallo spagnolo Miguel Acebes.