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Intervista a Tatiana Bazzichelli

di Giacomo d’Alelio

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1. Tatiana Bazzichelli, a.k.a. T_Bazz, nasci a Roma, ma ora vivi in Germania, base a Berlino. Già sarebbe interessante poter partire scoprendo le motivazioni di questa scelta.
 
Sono arrivata a Berlino nell'agosto del 2003, la cosa è iniziata come spesso iniziano molte avventure, in maniera molto semplice e diretta, con l'idea di scoprire qualcosa di nuovo. Ero venuta per una vacanza di un mese, ma in fondo già sapevo che questa vacanza sarebbe durata più a lungo. Cominciava a starmi un po' stretta la vita romana e avevo bisogno di nuovi stimoli. Soprattutto, mi ero resa conto che pur avendo vissuto molte interessanti esperienze a Roma, era arrivato il momento di cominciare a tessere nuove reti e dare vita a nuovi percorsi. Il mio progetto di networking AHA <www.ecn.org/aha> è nato nel 2001 proprio a Roma, derivato dal coinvolgimento precedente con alcune realtà dell'autogestione romana, gravitanti all'interno del Centro Sociale Forte Prenestino, in cui ero parte del collettivo di hackers e attivisti AvANa.net. Allo stesso tempo, conseguentemente alla scrittura della mia tesi in Sociologia delle Comunicazioni di Massa sull'arte digitale italiana, avevo preso contatti con il gruppo di lavoro sulla comunicazione e telematica antagonista Strano.net di Firenze. Unendo queste esperienze, accentuate anche dalla frequentazione degli Hackmeeting <www.hackmeeting.org>, i meeting nazionali degli hackers italiani, ho cominciato a interessarmi alle tematiche dell'attivismo politico, artistico e tecnologico. E' stata una conseguenza diretta iniziare a dar vita a un mio progetto, che comunque non è mai stato solo mio, ma ha coinvolto - e continua a coinvolgere - molte realtà indipendenti italiane, e dal 2003, internazionali. Berlino per me è un punto di arrivo e di partenza, è una città paragonabile a una tela bianca in cui si ha la possibilità di scrivere la propria storia e di modificarla continuamente con nuove pennellate di colore. In fondo, è un'isola di sperimentazione: lo è stato quando c'era il muro e continua a esserlo. Questa sensazione di libertà che ho provato all'inizio mi accompagna ancora oggi, facendomi apprezzare il fatto che qui vengono date ancora possibilità e strumenti per chi ama lavorare negli interstizi del sociale e dell'arte, per creare una critica attiva e progetti in continua evoluzione. Quello che più mi ha colpito è che a Berlino esiste ancora l'importanza del tempo libero, non solo per rilassarsi e fermarsi a pensare, ma anche per provare a rendere concrete le proprie attitudini artistiche.
 
1. Nel 1999 ti laurei in Sociologia delle comunicazioni di massa, tesi sull'arte digitale interattiva italiana, alla Sapienza di Roma. Osservando la tua tesi mi ha colpito la parte introduttiva in cui tratti de “La performance come metacommento sociale: dal rito al teatro”. Quanto ha influenzato una premessa del genere sul tuo lavoro futuro?
 
Quando ho frequentato Sociologia a Roma, ho cercato di unire due percorsi, da una parte la riflessione antropologica sulla cultura e società, dall'altra la critica sull'utilizzo dei mass media e i loro effetti nell'immaginario collettivo. In particolare, ho analizzato in che modo era possibile realizzare una critica attiva dello status quo e trasformare i simboli e le icone con cui ci rapportiamo al sociale attraverso la messa in scena del nostro corpo-mente, soprattutto in spazi virtuali o in situazioni di networking collettive, collegate alle reti dell'attivismo politico e tecnologico italiane. Partendo dallo studio sulle opere di Victor Turner (come Antropologia della performance), ho interpretato le dinamiche di creazione artistica e di sperimentazione tecnologica come piattaforme di meta-commento sociale, in cui dando vita a un utilizzo attivo del proprio corpo in contesti di trasformazione e di passaggio, è possibile ideare nuovi simboli culturali e nuove modalità di relazione sociale. La riflessione teorica di Victor Turner (1920-1983) è infatti quella che meglio si adatta alla critica dello status quo nell'epoca dell'avvento delle (allora) nuove tecnologie, proprio perché tale autore utilizzò il concetto di performance per penetrare le fenomenologie liminoidi (zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali) e da qui anche la trasformazione sociale stessa. Questa riflessione critica avviene solitamente nell'ambito di fasi di passaggio da una situazione culturale istituzionalizzata a nuove aggregazioni spontanee, che possono originarsi nell'atto di tracciare i solchi del nuovo e del non familiare all'interno del territorio della liminarità socioculturale. Il concetto di limen (che significa "soglia", "margine" in latino) è traslato da Victor Turner dal lavoro di Arnold Van Gennep, che nel 1909 pubblicò in Francia il libro Les rites de passage (trad. italiana I riti di passaggio). Per Van Gennep i Riti di passaggio sono quelli che accompagnano il mutamento dello status sociale di un individuo o di un gruppo di individui e riguardano le "fasi critiche" della vita umana. Di conseguenza, attraverso determinate pratiche teatrali performative e mediante la messa in scena del nostro corpo, il connubio fra arte ed esperienza di vita si fa sempre più stretto e il corpo diviene una piattaforma in cui è possibile iscrivere nuovi segni e diventa strumento di riflessione critica. Questo è sempre più evidente se si considerano come oggetto di riflessione le pratiche corporee nell'ambito della sperimentazione artistica collegata alle forme di attivismo politico, in cui lavorare sul corpo diviene una possibilità in più per trasformare/ibridare le relazioni di potere e le categorie rigide relative all'identità sessuale di ciascuno.

1. Nel 2006, già da tempo in Germania, esce il tuo libro “Networking. La rete come arte” per la Costa&Nolan, primo tentativo di ricostruzione della storia del networking artistico in Italia. Un tributo dovuto alle tue origini, o ci sono motivi più profondi nella scelta di fare il Focus proprio sul caso italiano?
 
Il termine "networking" nel libro significa creare reti di relazione, per la condivisione di esperienze e idee in vista di una comunicazione e di una sperimentazione artistica in cui emittente e destinatario, artista e pubblico, agiscono sullo stesso piano. In Italia, grazie all'uso alternativo della rete Internet e dei media, nel corso di venti anni di sperimentazione si è formato un vasto network nazionale di persone che condividono obiettivi politici, culturali e artistici. Attivi in ambienti underground, questi progetti integrano media diversi (computer, video, televisione, radio, riviste) e si occupano di sperimentazione tecnologica, ovvero di hacktivism, secondo la terminologia in uso in Italia dove la componente politica è centrale. Il network italiano propone una forma di informazione critica, diffusa attraverso progetti indipendenti e collettivi che condividono l'idea della libertà di espressione. Il campo di ricerca principale del libro è l'Italia, poiché qui le pratiche di networking hanno determinato la costruzione di una rete di progetti che non ha uguali in nessun altro paese. In Italia, si è formata una scena con una forte identità e con un proprio sentire artistico, tecnologico e politico. Le forme di attivismo artistico (artivism) e tecnologico (hacktivism), sono strettamente interconnesse in un network capillare diffuso su tutto il territorio nazionale. Io stessa mi considero parte di questo network, per cui sento queste tematiche particolarmente vicine, ma allo stesso tempo, credo che il nostro paese costituisce un laboratorio di sperimentazione underground che può diventare un modello per molti altri. Per questo, il prossimo passo è quello di tradurre il libro in inglese e in tedesco, rendendolo disponibile gratuitamente per il download attraverso il sito internet che ho costruito, da cui è già possibile scaricare il libro in lingua italiana <www.networkingart.eu>. Questo è possibile grazie all'utilizzo della licenza Creative Commons, che pur garantendo una tutela all'autore, permette la libera diffusione e utilizzo dei contenuti trattati, se non usati per scopi commerciali, in linea con l'etica hacker del libero scambio di saperi.
 
1. Tra i tanti progetti che portano impressi la tua versatilità creativa c’è l’AHA, acronimo che sta per Activism-Hacking-Artivism, rispettivamente tradotti come Attivismo politico, Attivismo tecnologico, Attivismo artistico. Partito nel 2002 in Italia, si è propagato nel 2003 anche in Germania con il tuo arrivo. Quale necessità acquistano politica tecnologia e arte fuse insieme?
 
AHA: Activism-Hacking-Artivism si basa sulla creazione di un network in costante mutazione realizzato da soggetti sempre diversi e attivato dalla contaminazione/integrazione di molteplici media ed eventi, in cui il filo conduttore è la sperimentazione artistica con il digitale. AHA si focalizza sulle collettività attiviste in Italia e all'estero che usano i nuovi media in forma indipendente, evidenziandone le diverse modalità d'azione. AHA agisce secondo questo scopo nella creazione di eventi e mostre, convegni e workshop e mediante lo scambio di progetti e idee attraverso la mailing list aha@ecn.org, gestita da me insieme a Eleonora Calvelli e in cui, dopo tre anni, vi partecipano quasi 600 iscritti. AHA e' anche un sito web <www.ecn.org/aha>  che funge da vetrina di tutte queste attività e offre spazio per i progetti artistici emergenti, che vogliono essere ospitati nel server di Isole nella Rete (server che dà spazio anche al progetto AHA). A questo si affianca l'attività teorica di scrittura testi/articoli sulla realtà attuale e storica dell'attivismo artistico, hacktivism e net art, di cui il libro "Networking" fa parte. In generale, tutto il progetto AHA è una piattaforma di networking, una comunità digitale che promuove l'utilizzo critico e consapevole delle tecnologie e allo stesso tempo riflette sulla sperimentazione artistica in rete. Abbiamo ricevuto da poco l'Honorary Mention al Festival di Ars Electronica di Linz, in Austria <http://www.aec.at>, proprio per la categoria Digital Communities, e per noi questo è stato un motivo di grande soddisfazione perché è stato interpretato correttamente l'intento di utilizzare la rete per mettere in connessione progetti e idee, in linea con il discorso sulla pratica artistica come processo sempre in corso. Mi piace pensare ad AHA come una piattaforma sempre in evoluzione, al di là di "necessità" definite, ma con l'intento di sperimentare e riflettere a livello collettivo su un utilizzo attivo della rete e dell'arte. Del resto, questa non è una novità del momento, ma segue una tradizione che si ricollega alle pratiche artistiche delle Neoavanguardie degli anni Sessanta (prima fra tutte Fluxus), ma anche alla Mail Art, al Neoismo e a Luther Blissett.
 
1. Concetti come Neoismo, Urban Art, Psicogeografia accompagnano articoli che hai scritto da quando sei in Germania, e da essi si evidenzia la necessità di un certo “riappropriamento” attivo dal punto di vista territoriale del luogo di appartenenza, non più subito. Tutto questo si trova e si evolve in AHA?
 
Il Neoismo, si esprime attraverso pratiche artistiche e sperimentazione sui media abbracciando una filosofia che presuppone l'uso di identità multiple, la collettivizzazione di pseudonimi, la messa in discussione di concetti come identità e originalità e la realizzazione di pranks, paradossi, plagiarismi e fakes. Con la Psicogeografia gli elementi costruttivi del territorio sono interpretati secondo il senso e la volontà di chi vi abita, andando a costruire una rete cognitiva ed emozionale che è propria della visione spaziale di ciascuno. Allo stesso tempo, chi realizza azioni di Urban Art, interpreta lo spazio attraverso i propri simboli e segni creativi, che vanno ad animare i muri cittadini. Nel progetto AHA, la concezione di arte come oggetto si trasforma in un'arte come reti di relazione, possibilità di intervenire personalmente e collettivamente nella creazione di un prodotto artistico. Qui, Il termine "arte" può aiutare a connotare criticamente una serie di attività che vedono il fulcro nella costruzione di connessioni, network comunitari e reti di relazione fra soggetti eterogenei. L'arte diviene inter-azione collettiva, spostando il dibattito dal luogo artistico alla realtà sociale quotidiana. Se vogliamo, il punto di congiunzione è proprio questo: AHA presuppone la costruzione di una mappa di relazioni fondata sulla condivisione di idee e percorsi in termini di attivismo artistico e politico, e di sperimentazione sulla tecnologia, che dà origine a una concezione di arte come network coinvolgendo diverse realtà unite da un immaginario comune. Nel 2004 ho creato una mappa interattiva "%20Italian_Hacktivism_and_Art", il cui nome deriva da quella degli artisti olandesi Jodi: "%20Network [4.10.2000 17:04:36]", mostrando uno spaccato della netculture italiana. La mappa includeva collettivi che hanno realizzato progetti nell'ambito dell'hacktivism fino alla net.art e molti di essi avevano preso parte a eventi promossi dal progetto AHA. Una sorta di mappa psicogeografica dell'attivismo artistico e tecnologico resa possibile dal riappropriarsi del termine "arte" come partecipazione e processo sempre in corso <www.ecn.org/aha/map.htm>.
 
1. Nel 2006 viene creato il Berlin Porn Film Festival dalla propulsione creativa e produttiva di Jürgen Brüning, già capace di stringere rapporti con mostri sacri del Cinema of Transgression quali Richard Kern, Nick Zedd, e fondatore della porno label “Cazzo Production”. E dall’incontro con Bruening, il duo artistico Tatiana  Bazzichelli/Gaia Novati crea la rassegna nella rassegna CUM2CUT. Vuoi parlarci di com’è avvenuto questo incontro?
 
L'incontro con Jürgen Brüning è stato per me e Gaia Novati un'occasione per concretizzare un immaginario relativo alla sessualità, alla sperimentazione corporea e alla critica sull'uso della tecnologia che già accomunava il nostro lavoro da tempo. Anche Gaia Novati, come me, proviene dalla realtà dell'autogestione italiana, dal network indipendente di coloro che lavorano sulla tecnologia in maniera consapevole e libera. In particolare, Gaia Novati ha fatto parte, sin dalla sua fondazione, del laboratorio Sexyshock <www.ecn.org/sexyshock>, il primo sexshop indipendente italiano gestito da donne, nella città di Bologna. Qui, l'azione corporea diventa un canale fondamentale per costruire nuove aperture, iniziando a sperimentare con l'intenzione di ricostruire e riformulare nuovi immaginari, anche quelli legati al binomio corpo/sessualità. Il corpo diviene piattaforma di costruzione e punto di partenza  per pensare a  un'idea di identità sessuale non  rigida ma trasversale, attuata anche attraverso l'uso di  una frivolezza ludico-tattica, propria delle reti pink e queer. In un certo senso, il corpo viene "hackerato" per riscrivere consapevolmente i propri codici identitari e sessuali. Nell'agosto 2006 Gaia si è trasferita a Berlino - anche per lei all'inizio era una semplice vacanza! - e abbiamo saputo del Berlin Porn Film Festival organizzato da Jürgen Brüning, un'icona del cinema underground tedesco. Ci stuzzicava l'idea che il Festival si presentava come una combinazione interessante fra arte e pornografia, proponendo una visione del porno "altra", assolutamente non mainstream, ma più vicina al cinema sperimentale e alla riflessione critica sugli immaginari corporei che accomunava il nostro lavoro. Siamo andate a conoscerlo e abbiamo proposto di includere nel Festival il nostro CUM2CUT, Indie-Porn-Short Movies Festival <www.cum2cut.net>. CUM2CUT è una gara di cortometraggi incentrati sulla pornografia indipendente. E' una maratona di tre giorni nella quale i partecipanti sono invitati a realizzare un cortometraggio pornografico girato interamente a Berlino. La nostra idea era quella di mettere in relazione un network eterogeneo e internazionale di persone desiderose di esprimere liberamente la propria sessualità e creare, allo stesso tempo, arte sperimentale. L'obiettivo era sviluppare un network aperto e indipendente dove le persone potessero esprimersi attraverso la pornografia senza sentirsi/essere marginalizzate. CUM2CUT nasce infatti per creare una progettualità sperimentale che parta dai corpi e dallo spazio, spargendo nubi di polline per erotizzare la città di Berlino, mescolando corpi fluidi, identità nomadi e sessualità giocose. Juergen ha apprezzato molto l'idea, stupito anche dal fatto che nel gruppo organizzatore ci fossero solo donne (e non era un caso!)  e da lì è iniziata la nostra avventura...
 
1. Al Festival Drodesera sarà presente il Porno Karaoke, creazione/ideazione tua con Gaia Novati e Juergen Bruening. Unire l’elemento scanzonato, e nei casi fortunati, liberatorio del Karaoke con quello ancora marchiato di vergogna della Pornografia (forse in particolare nella cattolica Italia, ma forse non siamo soli..) è singolare. E il suo valore emancipatorio/politico si avverte. C’è tutto ciò in questa scelta artistica?
 
Il Porno Karaoke è in realtà una creazione di Jürgen, lui ha avuto l'idea per la prima volta a Berlino, dando vita a una felice tradizione. Dopo la nostra collaborazione nel Porn Film Festival, abbiamo pensato con Jürgen di esportare il Porno Karaoke in Italia e la proposta è arrivata dal Festival Drodesera. Siamo particolarmente contenti di essere all'interno di un Festival di teatro e performace, dato che noi consideriamo anche il Porno Karaoke un esperimento di performance collettiva. Infatti, senza l'interazione del pubblico non avviene l'evento, sono i cosiddetti "spettatori" che diventano la parte attiva del Karaoke realizzando le voci delle diverse clip porno. Del resto, questo è in linea con la nostra idea di arte come partecipazione e processo attivo in cui la separazione rigida fra artista e pubblico viene meno. Tornando alla domanda, non pensiamo affatto che l'elemento della pornografia sia "macchiato di vergogna", almeno non nel senso e nel contesto in cui lo affrontiamo noi. La pornografia è un mondo immenso e non è nostra intenzione occuparci di tutte le sfumature e le prospettive che lo definiscono, la nostra è più che altro un'intenzione di accogliere le spinte e le tensioni che nella pornografia permettono una riflessione più attenta e precisa del rapporto corpo/sessualità. Per questo, non crediamo che la pornografia debba essere considerata non-artistica o interpretata secondo i criteri di ciò che è arte e ciò che non è. Basta pensare che la domanda principale che accompagnava il Berlin Porn Film Festival era: "What is the difference between Pornography and Art?" e la risposta era: "Art is more expensive!". Tanto per far capire che bisognerebbe andare oltre queste categorizzazioni che confinano il porno in un limbo della vergogna e della volgarità e l'arte nell'olimpo della creatività. Il nostro Porno Karaoke vuole dimostrare che anche il porno è una materia totalmente creativa, può diventare una piattaforma di sperimentazione a livello identitario e sessuale e, soprattutto, può approdare a qualcosa di ludico e critico allo stesso tempo, togliendo quel velo di finta seriosità che accompagna tante riflessioni sull'arte "presunta come tale". Infatti, l'elemento di gioco è fondamentale per vivere la pornografia con serenità e anche per sperimentare a livello corporeo e artistico. Soprattutto però, vogliamo che la gente si diverta: poi, se questo divertimento presuppone un valore politico, lasciamo ai posteri l'ardua sentenza...
 
1. Anche nel cinema “ufficiale” c’è stato un tentativo di normalizzazione nei confronti della forma pornografica. Penso a Intimacy di Chereau, Pornocrazia della Breillat, 9 Songs di Winterbottom. Ma a volte c’è una sorta di preoccupazione che porta a perdere di vista il lato artistico, e il giusto equilibrio per evitare una certa pruriginosità o vuoto. Ancora una materia troppo rovente da maneggiare?
 
Come dicevo sopra, per noi il punto non è se il porno va considerato artistico o meno, ma se può essere utile per creare nuovi immaginari, far sperimentare con il proprio corpo a livello identitario, e soprattutto, essere piacevole e divertente per chi lo fa. E' come chiedersi se l'opera di Duchamp del 1917 dal titolo Fontana, in cui viene ad essere connotato come artistico un orinatoio, è arte o meno perché utilizza, appunto, un orinatoio. Oppure, se le opere di net art sono arte o meno perché non sono oggetti da osservare ma vivono in maniera immateriale nel computer. Credo che alla base ci sia una scelta "morale" per cui alcune cose sono considerate arte e altre no. A mio parere, è ora di andare oltre le categorie che creano uno spartiacque fra cultura "alta" e "bassa" in base al giudizio di critici o del senso comune.
Infine, sembra ci sia un interesse rinnovato relativo alla pornografia, o meglio, alla "critica pornografica". La materia, se si pensa ai suoi utilizzi nel cinema, è relativamente giovane di fronte ai secoli di uso e consumo del medesimo genere in altre forme. Ciò determina una sorta di limbo discorsivo dove l'elemento pornografico comincia ad assumere una connotazione meno legata ai pregiudizi o ai giudizi morali e più interessata a cogliere le tensioni della relazione soggetto/corpo postmoderne. In questo senso, la materia è molto più scottante di quanto si pensi ;)
 
1. E per finire una domanda classica, ma inevitabile. Quale sarà l’evoluzione del lavoro di Tatiana Bazzichelli?
 
Essere sempre in evoluzione fluida :-)