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Il programma I bambini aspettano sempre. Per tutta la vita ho aspettato qualcosa che, credevo, sarebbe avvenuta, Tadeusz Kantor Eisik il rabbino, una notte, sognò il tesoro che avrebbe cambiato la sua vita. Stava nascosto chissà dove, protetto da una luce intensa, forse una fiamma. Era lì per lui, e a lui spettava solo il compito di trovarlo. Perciò si mise in viaggio, scalò montagne, attraversò deserti e mari in tempesta, percorse il mondo conosciuto in lungo e in largo. Conobbe genti diverse e infinite lingue, ma non la ricchezza promessa dal sogno. Vecchio e stanco, infine tornò in patria. E con immenso stupore scoprì che il tesoro era lì, sotto la stufa. Nel cuore caldo, nel centro di energia della sua stessa casa. Come nell'antica leggenda yddish, dopo aver esplorato infiniti luoghi e modalità del teatro e della danza, Drodesera trova il tesoro dentro casa. La centrale di Fies, centro di produzione di energia idroelettrica che una straordinaria metamorfosi trasforma in centro motore di energia creativa, Drodesera 2002, edizione numero 22, riparte da qui. Nel 2000, l'edizione del ventennale celebrò l'allegro funerale dei primi, magnifici vent'anni, con tutti gli amici del Festival riuniti per officiare il grande rito di passaggio. L'anno scorso quel territorio vergine di rinascita fu attraversato dalle culture erranti dei circhi e delle musiche nomadi. Ora, per tutti, la casa è qui. Non punto d'approdo, ma luogo degli inizi. Non contenitore, ma spazio di scambio. Non méta, ma sala d'attesa. Destinazione, come sempre accade nelle cose dell'arte, ignota. L'astronave di Belzebù in viaggio fra le galassie, narra Gurdijeff, s'avvicinò pericolosamente a una cometa: tra le due alternative - una deviazione che avrebbe assicurato l'arrivo seppure con un piccolo ritardo, oppure una sosta a tempo ideterminato in attesa del passaggio della cometa - Belzebù scelse la seconda. Così, disse, avrebbe avuto il tempo di ascoltare dall'equipaggio tutti i segreti delle nuove tecnologie spaziali, ma anche di svelare al suo nipotino e all'equipaggio stesso tutte le conoscenze, i segreti e i miti del mondo da lui custoditi. Il vascello immobile nelle fredde volte siderali diventava, a motori spenti, caldo focolare per la trasmissione dei saperi. Drodesera 2002 entra nella centrale idroelettrica di Fies e ne fa il luogo deputato ai grandi spettacoli riprogettandone gli interni come un vero e proprio teatro. La miracolosa architettura dell'edificio, con i suoi ambienti dalle dimensioni oniriche e la metafisica sopravvivenza dell'energia e del lavoro, ne fa un teatro dal disegno inusuale e stupefacente, ma pur sempre un teatro, due sale con la loro scena, le quinte, la platea. Negli anni 80 e 90 Drodesera è stato pioniere, e non solo in Italia, dell'abolizione dello spazio tradizionale per la rappresentazione di spettacoli. Il Festival ha via via occupato i luoghi più impensati, ambienti naturali o paesaggi umani, intromettendovi il teatro e la danza in un gioco di interazione e contrasto fertilissimo, capace di nutrire la creatività dell'artista quanto di riconsegnare al luogo la coscienza della sua bellezza, delle sue potenzialità, di una funzione extraquotidiana sulla quale è stato spesso possibile persino rifondare l'autocoscienza dell'intera comunità. Dalle sponde del fiume Sarca ai ponti che l'attraversano, dai castelli affacciati sulla valle ai cortili privati del paese, dai magazzini vuoti di un ex supermercato alle facciate dei palazzi, da vicoli e piazze fino ai gabinetti delle scuole. L'adesione, ormai quinquennale, al circuito delle "Città che danzano" è stato uno degli apici di questo percorso, ma sin dalla sua nascita - insieme a poche altre realtà - Drodesera ha indicato una strada che ha fatto scuola, mostrando come anche piccole realtà territoriali e periferiche prive del "Teatro Tempio" potessero diventare poli di cultura. O meglio di culture, ognuna diversa dalle altre perché ciascuna legata alla specificità del luogo. Contro il rullo compressore delle "Tournée Globali", dei megaspettacoli monta-smonta-e arrivederci. Oggi Drodesera varca l'uscio di un Teatro Tempio. Un tempio eterodosso, certo, come può essere una monumentale centrale idroelettrica realizzata agli inizi del 900 e in via di dismissione. Ma questo passo, sognato per anni e costruito con pazienza grazie al dialogo costante con interlocutori illuminati, non segna un ritorno all'ordine. Tutt'altro. Mentre il teatro e la danza nell'ambiente, altrove, divenuti ormai moda assumono sempre più la fisionomia di eventi per la promozione turistica; mentre la caccia allo scenario inconsueto è sempre più un effetto speciale fine a se stesso, da inserire come surplus di emozione nei pacchetti weekend della agenzie di viaggio; mentre intorno accade tutto questo, l'ingresso di Drodesera nella centrale di Fies più che una ritirata ha il sapore di una nuova sfida. Non una sosta per compagnie di giro, ma casa stabile per l'accoglienza, la centrifuga, la mutazione e lo scambio dei saperi. Come le turbine che eternamente girando su se stesse trasformano l'eterno fluire delle acque in energia per il mondo circostante. A cominciare proprio dal paese più vicino, Dro, sul quale la Nuova Grande Casa del teatro e della danza di Drodesera riverbera la sua linfa creativa moltiplicandola in tante Piccole Case. Le "Energie a domicilio" infatti, ogni sera dalle sette, prima degli eventi in centrale, accenderanno la luce del teatro nelle abitazioni private di Dro. Mentre, per una notte, la danza-architettura riunirà la popolazione intorno al ventre caldo della sua identità, la piazza centrale del borgo. Le case, cuore pulsante dell'individuo; la piazza, cuore pulsante della comunità locale; la centrale di Fies, cuore pulsante della ricerca artistica internazionale: le turbìne di Drodesera 2002 raccolgono, trasformano e trasmettono energie. Un vecchio maestro del teatro di ricerca sosteneva che l'immobilità dell'attore sulla scena è come il nero: non l'assenza di colore, ma l'insieme, assorbito, di tutti i colori dell'iride. Nel corpo dell'attore fermo, dunque. non c'è assenza di movimento ma la somma di tutti i movimenti possibili. Come il gatto in agguato, che osserva la falena impazzita volargli intorno, e dio solo sa quale direzione nello spazio prenderà la zampata fatale. L'attore immobile, d'improvviso, potrà volare o cadere, afflosciarsi o schizzare, parlare o sputare. La forza del suo gesto sarà comunque lì, nell'energia maturata nell'attesa. Così la centrale di Fies: non un contenitore di gesti che nel mostrarsi esauriscono la loro funzione, ma un motore a ciclo continuo, apparentemente immobile, per la produzione di energia. In quali direzioni convoglierà questa energia, quali mete si raggiungeranno partendo da qui, non è dato sapere né interessa. L'importante è saper attendere, attendere sempre, come Belzebù nelle galassie. O come i bambini di Kantor: "Siamo corsi fuori di casa, nella notte, c'eravamo noi due soli, aspettavamo qualcosa. Chissà... I bambini aspettano sempre qualcosa d'importante... Durante una notte simile, può succedere di tutto... La notte come una fanciulla amata, attesa con nostalgia. E' stata una notte come quella, che cominciò il mio teatro, la Povertà, la felicità e i PIANTI, e l'amore... Lentamente si compiva il miracolo, l'arte. I bambini aspettano sempre. Per tutta la vita ho apsettato qualcosa che, credevo, sarebbe arrivato". Dolci notti d'attesa a tutti, con Drodesera anno ventidue Energia degli Inizi Il ritorno al centro. Il mito in centrale. La centrale dei miti "Dobbiamo fare quello che gli dei fecero all'inizio", recita una sacra scrittura indiana. Ogni rito di fondazione, ogni cerimoniale di nascita, riproduce l'atto cosmogonico originario. Il mito fondante. Tornando al centro (la centrale di Fies), e consacrandolo alla sua nuova funzione, Drodesera incontra, fra teatro e danza, i miti fondanti. Quelli della cultura e del teatro occidentale, innanzitutto, della Grecia antica e di Shakespeare. A cominciare da Alcesti, la sposa che offrì in sacrificio la propria vita per salvare quella del marito: con questo inno danzato all'amore coniugale "resistente", qui in prima assoluta, il genius loci Michele Abbondanza e Antonella Bertoni battezzano, il 12 luglio, la centrale di Fies, per replicare il 30. Con un esplicito ritorno-citazione alle origini, a quel "Terramara" che lanciò la coppia nell'olimpo della danza internazionale. E' invece Dioniso la divinità che ispira il Teatro del Lemming nella sua ulteriore tappa dentro il teatro dei sensi a Drodesera: l'1, il 2 e il 3 agosto un viaggio attraverso follia, ira e vendetta che abolisce il confine tra attore e spettatore per ricomporlo qualche centimetro più in là, solido ancora eppure spiazzante. "Fu nell'esedra di un teatro che avvenne l'omicidio di Giulio Cesare, già spettacolo per il mondo": è da una morte-simbolo e da William Shakespeare che si costruisce, il 29 luglio, apertura ufficiale del Festival, l'atteso ritorno a Drodesera della Societas Raffaello Sanzio, compagnia storica della ricerca in Italia. Giulio Cesare, appunto, sontuosa e destabilizzante incursione nella parola e nella sua forza bella e mostruosa, seducente e assassina: la retorica. Ancora Shakespeare, ma stavolta con la tragedia delle tragedie, il 3 agosto. Dopo la "scandalosa" e scanzonata rilettura delle Baccanti, la giovane e sempre più accreditata compagnia milanese Atir si riaffaccia a Dro con Lear, ovvero "Tutto su mio padre". Il potere, l'amore, il sangue, la follia: un paradigma moderno dell'indagine sui lati più oscuri della psiche e sul perverso nodo di amore e morte che lega indissolubilmente padri e figli. Dalla terra del mito, dal cuore pulsante della Sicilia, arriva (1 agosto) mPalermu, premio Scenario 2001, della compagnia rivelazione Sud Costa Occidentale. Una commedia nella quale gesti e parole assumono una straniante potenza kafkiana per raccontare Palermo, città dove "non si compiono azioni, si mettono in scena cerimonie; non si fanno discorsi, si opera retoricamente citando, ammiccando, alludendo. Città dello spreco e del superfluo, della decorazione magnifica a corona dello sfacelo". La centrale idroelettrica di Fies nacque, agli inizi del secolo scorso, sulle ali del mito del progresso. Un mito che ha "prodotto", lasciando al tempo stesso laceranti ferite. E soprattutto mutando per sempre la vita di milioni di uomini e donne. Su quelle vite, su quel mito, in questo tempio dell'archeologia industriale, edifica il suo spettacolo Ascanio Celestini, énfant prodige del nuovo teatro italiano. Il tempo del lavoro, ulteriore tappa del progetto Fabbrica che il narratore Ascanio va costruendo raccogliendo nelle realtà industriali dell'intera penisola testimonianze di vita e di fatiche. Sul paradigma occidentale del tempo, di Cronos, s'interrogano invece Roberto Castello e i suoi danzatori ne Il migliore dei mondi possibili (30 luglio). La consueta ironia e l'ormai irrinunciabile multimedialità tra rintocchi di campane e maxischermo, per uno spettacolo in progress che risale alle radici delle utopie degli happening dell'inizio del 900 per approdare al disincanto di una contemporaneità nella quale ogni aspettativa appare irrimediabilmente tradita. Così come tradito è il sogno di un mondo migliore cullato nel tempo ormai mitico degli anni Sessanta e Settanta, del 68. Il presente, sulle note e le parole profetiche di Frank Zappa, parla di Gente di plastica. E la compagnia Pippo Delbono, l'1 e il 2 agosto, ne mette in scena alla centrale di Fies (unica data mondiale dell'estate) il vuoto pneumatico. Opponendovi la resistenza della povertà, della diversità, della dolente parola poetica di Sarah Kane. E un flebilissimo filo di speranza: "C'è la voglia di ironia, la paura, la confusione, la necessità di aspettare ancora per capire di più". La speranza dell'attesa. |
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