Programma

Erna Ómarsdóttir e Damien Jalet: Ofætt

Sabato 29 luglio, ore 21.00
Centrale Idroelettrica di Fies – Sala Turbina 2
Durata 60 minuti

Ideazione e creazione: Damien Jalet, Erna Ómarsdóttir, Gabriela Fridriksdottir e Raven;
Coreografia e interpretazione: Erna Ómarsdóttir e Damien Jalet;
Assistente alla coreografia: Alexandra Gilbert;
Musica e suono: Tape Tum (Lieven e Benjamin Dousselaere);

Produzione e distribuzione: Esther Welger-Barboza;
Con il sostegno di: Association « Mischto » - Maud Cattiaux;
Coproduzione: Théâtre National de Bretagne - Rennes, Tanzhaus nrw Düsseldorf, SW&G | sasha waltz & guests, Berlin;
Ringraziamenti: Stefan e Rebekka, Karen Maria Jònsdòttir, The Icelandic Balletschool, Rosas/parts, Sidi Larbi Cherkaoui.

"Ofætt" è il frutto di un processo creativo intuitivo tra quattro artisti: i danzatori e coreografi Erna Ómarsdóttir e Damien Jalet, l’artista plastico Gabriela Fridriksdottir e il designer di moda Raven.
E’ ispirato al concetto di « élan vital » introdotto dal filosofo francese Henri Bergson (1859-1941).
Questo " impulso vitale" è il processo creativo e imprevedibile che organizza i corpi che attraversa. Attraverso la forza che penetra il materiale e introduce l’indeterminabilità e la libertà. L’ "élan vital" spiega l’evoluzione della vita.
"Ofætt" è in un certo modo un assolo per due corpi che esplorano la logica di evoluzione come la concepisce Bergson, un mondo in cui l’umano non è ancora o non è più definito chiaramente, un’ode al caos e all’arcaico che precede la civilizzazione.
Esplorando temi come la nascita, l’istinto di sopravvivenza, il mutamento, la reversibilità sessuale, la morte... Damien Jalet e Erna Ómarsdóttir sviluppano qui una ricerca di movimento intuitiva e non accademica, combinando la voce e una forte fisicità. In collaborazione con il musicista Tape Tum, tratteggiano un paesaggio di suoni, movimenti e immagini, dando vita a una mitologia del tutto personale sull’origine dei tempi.
Come se fossero fatti di creta, si trasformano di continuo e giocosamente con imprevedibili metamorfosi, cercando di tendere i propri corpi quanto più lontani dalla loro originaria forma umana e condizione.
Questo spettacolo affonda nella materialità di cui siamo fatti per estrarne altre possibilità in cui l’animale, il vegetale, l’umano, il maschile e il femminile si incontrino, si congiungano e si oppongano per dar nascita a una sorta di geografia dei nostri campi interiori (…)

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