Online Festival 2005: Elogio del luogo comune
L’arte ha bisogno di case dalle porte aperte, da condividere per ascoltare e per aprirsi senza limiti. In viaggio tra i Cantieri Goldonetta e la Centrale Fies, Virgilio Sieni spiega perché.

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Chiuso, aperto. Chiuso, aperto. Come un diaframma, dice lui. Come le necessarie intermittenze del cuore, aggiungiamo noi.
Questo è il ritmo vitale di Cango, i Cantieri Goldonetta, la magnifica casa creativa progettata, abitata e diretta da Virgilio Sieni nel cuore di Firenze, rinascita di uno spazio storico che ancora serba la memoria di presenze straordinarie come quelle di Kantor e Gassman.
L'avventura di Cango è cominciata ufficialmente soltanto da poco più di un anno, ma già l'intera comunità dell'arte - non solo della danza - la osserva come modello di una ricostruzione possibile sulla tabula rasa dell'ultimo dissennato trentennio.
Dopo aver scoperto, reinventato e ridisegnato con la sua danza gli spazi più impensabili in giro per il mondo, Virgilio Sieni ha dunque preso casa. Una casa a modo suo, non punto d'arrivo ma semmai di ripartenza. Un danzatore (come sull'altra sponda del Mediterraneo, in Catalogna, hanno fatto quelli di MalPelo) che riparte dal corpo, dal pavimento, dalla terra. Che mette radici per ritrovare l'impulso al nomadismo, che chiede ad altri di attraversare e mettere in discussione il suo spazio, che rivendica il diritto-dovere a un'identità fragile.
Non è un caso che in questo percorso Virgilio abbia sempre mantenuto una silenziosa e fertile sintonia con Drodesera. Un rapporto di mutua fedeltà, di scambio continuo, che il progressivo rafforzarsi delle identità dell'uno e dell'altro anziché recidere ha quasi paradossalmente moltiplicato. Quelli dei Cantieri Goldonetta e quelli della Centrale Fies, d'altra parte, sono muri coscientemente in-stabili, che non separano ma invitano al confronto, al dialogo, alla costruzione condivisa.
Ecco allora che il ritorno di Virgilio Sieni con uno spettacolo a Drodesera, questa nuova "Visitazione" e rivisitazione dello spazio Fies, non può non diventare un'occasione per riflettere proprio sul significato di questi luoghi. Di queste "case dell'ospitalità" alle quali molti, oggi, sembrano affidare le più concrete speranze di fuga dalla paralisi delle arti e della cultura in Italia.
Virgilio, che cos'è e perché esiste Cango?
Siamo partiti con l'idea di una forma. Quello dei Cantieri Goldonetta non è uno spazio neutro, perché stiamo parlando di un luogo, nel cuore di Firenze, pieno di storia e di memoria. L'idea dunque era quella di lasciarlo il più possibile vuoto, e di prepararlo invece a livello di pavimento, di terra. L'obiettivo era dargli subito una percezione diversa, predisponendo più luoghi all'interno di un'unica struttura, più spazi da articolare in vari formati nei quali coinvolgere diversi ambiti artistici e al tempo stesso coordinare il tutto in un insieme di incroci. Insomma, una struttura dove fosse possibile attivare e mettere in circolo quello che per me è sempre stato il punto primario, vale a dire un forum continuo sui linguaggi contemporanei dell'arte.
Non solo danza, dunque.
Il punto di partenza resta l'organico, il corpo. In questo senso Cango nasce sicuramente da una riflessione sui linguaggi del corpo oggi; quindi da una riflessione sulla danza. Non parte dall'arte visiva, non parte dal teatro, non dal cinema né dalla musica. Parte dal corpo, una riflessione forte sul corpo senza niente. Il corpo anche come strumento per uno studio della figura , della plastica, di tutte quelle che sono le sue possibilità dinamiche, ma principalmente le possibilità dell'energia . E però, pur muovendo da questi presupposti, lo spazio di Cango si apre per poi condividere nella pratica questo corpo con tutto quello che è invece l'ambito più ampio delle arti. E quindi con le arti visive, l'architettura, il teatro... Ma sia chiaro, questo non significa creare uno spazio kermesse, uno spazio patchwork fatto di tante cose diverse casualmente cucite insieme. Assolutamente no. Qui si sperimentano delle pratiche radicali di coinvolgimento degli artisti, che seguono ognuno la propria direzione ma in un contesto nel quale ogni arte viene trattata in un senso il più possibile organico alle altre. Cango dunque si fonda non sull'allestimento di festival o di stagioni di spettacolo, ma su un concetto dinamico di ospitalità.
Cosa intendi? Anche festival e stagioni ospitano gli artisti...
E' diverso. Qui si parte dal fatto che il mio lavoro, la mia compagnia, è residente, e quindi in Cango c'è già un'identità ben definita. Tuttavia lo spazio e la sua identità si aprono, come è già accaduto più volte in questo anno e mezzo, all'ospitalità. Per ospitalità non intendo la semplice concessione di un palcoscenico, ma l'accoglienza di quegli artisti che dimostrano una sensibilità, un coinvolgimento e una consapevolezza tale da voler portare qui un lavoro di ricerca in progress; per incrociarlo con l'identità di Cango e con altri lavori di ricerca, senza porsi limiti nei confronti del prodotto finale che potrà scaturire da questo incrocio. Questa è la cosa principale, aprirsi senza porsi limiti.
Cango arriva dopo oltre vent'anni di onoratissima carriera di Virgilio Sieni nella danza. In quale momento della vita hai maturato il desiderio di una casa come questa?
Il desiderio del luogo l'ho sempre avuto. Perché a me, più che un'idea di circuitazione del lavoro è sempre interessata un'idea locale del lavoro. Voglio utilizzare proprio questo termine, locale, inserito però in un concetto di nomadismo all'interno del quale il luogo diviene veramente una casa piena di identità.
Nomadismo e identità: come concili questo apparente ossimoro?
Nel mio lavoro c'è sempre stata una forte necessità di avere un luogo, ma estremamente flessibile e fragile. Un luogo, cioè, da attraversare, al contempo chiuso e aperto, come un diaframma. Capace di chiudersi a riccio intorno al movimento della ricerca, che ha bisogno non di protezione quanto piuttosto di concentrazione; ma al tempo stesso capace al momento giusto di aprirsi a un necessario confronto, alla condivisione di pratiche.
Nel mondo dell'arte è normale che ognuno cerchi uno spazio per sé, un proprio atélier. Costruire invece un luogo anche per gli altri, come è Cango, sembra molto meno scontato. Perché tu, artista tra l'altro dall'identità solidissima, hai fatto questa scelta?
Perché in Italia, almeno nell'ambito della danza, dove siamo indietro anni luce, non esiste nulla di simile. Prendi per esempio la Biennale di Venezia: bene o male la musica, con Battistelli, bene o male i teatri - con Castellucci, Corsetti, Martone eccetera eccetera - pur con tutti i dolori e le pecche che ci sono, comunque hanno avuto un'attenzione. Per quanto riguarda invece il nostro ambito, molto più marginale, poco o niente. Siamo sempre stati ospitati in situazioni altre, mentre la mia idea era ed è, come ho detto, proprio quella di partire dal corpo per arrivare agli altri ambiti. Anche perché per me è nella radice del corpo che si annida tutto il concetto plastico legato alle arti contemporanee. Dunque ecco Cango: il percorso è cominciato nel 1999, con il coinvolgimento dell'amministrazione comunale di Firenze, e poi tutto un lavoro di militanza per giungere all'apertura ufficiale dei Cantieri Goldonetta nel dicembre del 2003.
Mi risulta che tu abbia partecipato direttamente alla progettazione degli spazi. E' così?
Sì, e questo a mio giudizio è stato il passo più importante. Era necessario innanzitutto ristrutturare il luogo; e ovviamente i primi progetti tecnici deviavano totalmente da quello che era il concetto base del mio progetto artistico. Insomma, secondo quei progetti - che tra l'altro erano già stati approvati - qui dentro non si sarebbe potuto fare assolutamente niente se non piccole cose su piccoli palcoscenici. Abbiamo allora intavolato un lungo dialogo con l'amministrazione, che per fortuna ha compreso appieno il senso del progetto artistico e ha accettato di intervenire secondo questa linea. Dunque la mia idea di questo spazio e la ristrutturazione hanno potuto viaggiare insieme.
Prima e dopo Cango: cosa è cambiato nel tuo lavoro artistico?
Bisogna tener conto che avere uno spazio qui significa anche attivare un lavoro molto forte sul territorio. Un coinvolgimento non solo delle persone - quindi per esempio un progetto sulla trasmissione del gesto con gli artigiani del quartiere - ma anche un progetto sui luoghi oltre i Cantieri, fuori dal perimetro di Cango. Siamo andati a rintracciare quegli spazi dislocati, minimi, che potevano avere un carattere ontologico, antropologico. In questo modo è cominciata tutta una serie di pratiche desuete, anche rispetto al formato tradizionale della compagnia: lavori minuscoli, di cinque, sei minuti... Si sono attivati dei rapporti, e tutto questo è andato a incidere sensibilmente su una tipologia di lavoro. Certo il lavoro artistico mantiene nella sostanza un suo processo, a prescindere e al di là dallo spazio che lo accoglie. Ma probabilmente la possibilità di stare qui a elaborare il tuo processo e al tempo stesso articolarlo insieme ad altri, perché poi si tratta spesso di condividere spazi e tempi con altre compagnie, tutto questo ha portato molta più mobilità anche nella creazione. Per mobilità intendo non più cose ma più chiarezza, anche nella nostra idea di forma.
Alla luce della tua esperienza, oggi, dal tuo osservatorio fiorentino, cosa pensi della trasformazione che sta attraversando Drodesera con il potenziamento della casa-centrale di Fies? Tu vieni a Dro da decenni, hai cominciato danzando in cortili, campi e piazze del paese: come leggi questa metamorfosi?
Premetto che secondo me c'è un'assoluta necessità di luoghi come questi, in Italia. Una necessità che si sta attuando, che si sta praticando... Tanto è vero che diverse situazioni hanno ormai messo radici solide, e per fortuna ognuna con la sua diversità. Drodesera con la Centrale di Fies, in questo senso, mi è sempre apparso come un luogo prezioso. Punto primo perché è un caso unico, nel nostro Paese, nel quale un festival torna ad avere una funzione di incontro tra gli artisti, incontro nel senso semplicissimo che lì gli artisti hanno davvero l'opportunità di parlare tra di loro. Punto secondo perché le potenzialità della Centrale possono dar vita, e danno vita, a una grande quantità di percorsi differenti. L'elemento basilare resta l'identificarsi con alcune compagnie per dare vita a delle residenze di produzione, di creazione, entrando in una forma circolare di rapporto tra artisti, luogo e organizzatori. In questo modo c'è sempre un rimando - come un respiro, per dirla con Beckett - un rimando a quel luogo lì. Perché questa circolarità funzioni, è necessario però che il luogo esprima insieme neutralità e identità: e Fies è così. Da una parte infatti la Centrale è stata attrezzata per rendersi neutrale, vale a dire che in essa è possibile andare ad allestire un lavoro in una dimensione che possiamo rendere neutra, da palcoscenico; al tempo stesso, tuttavia, potenzialmente esprime anche una forte identità, non solo attraverso la grande sala con la sua doppia prospettiva di utilizzo per gli spettacoli, ma anche attraverso altri formati che via via stanno nascendo: penso alla saletta del primo piano, dove noi quest'anno faremo la "Visitazione", penso al canalone, al parco stesso... Tutto questo sistema sta permettendo la nascita di moduli e formati intriganti, grazie ai quali Fies si sta sempre più evidenziando come un luogo assolutamente unico.
Mi sembra che la stessa "Visitazione", benché materialmente concepita e prodotta altrove, abbia ricevuto un importante input a distanza da questo luogo unico. O sbaglio?
E' così. "Visitazione" ha debuttato a Prato, al Fabbricone, come spettacolo diviso in tre tappe, in tre spazi, ma in un unico tempo. Già nello scorso gennaio, tuttavia, cominciando a immaginarlo per Fies pensammo a una suddivisione delle tre tappe in tre giornate differenti. E da quel momento, pur avendo di fatto già debuttato in un'altra forma, pensando a questa tripartizione la "Visitazione" ha iniziato a cambiare. Lo abbiamo fatto pochissime volte: e ogni volta - con l'idea che quello spazio in cui stai agendo è uno spazio trasformato per accogliere una puntata diversa della "Visitazione" - tutte e tre le diverse sezioni si sono un po' come amplificate.
Insomma, lo spazio Fies in qualche modo ha introdotto nel vostro processo creativo la variabile del tempo...
Esatto. Ci ha spinti a trovare in quello spazio come tre blocchi, tre bolle che possono galleggiare e poi dislocarsi come vogliono nel tempo. E' la prima volta che mi trovo a fare qualcosa del genere, quindi è tutto molto intrigante. Anche perché c'è una percezione del lavoro, della durata, del tempo, molto molto diversa da quella abituale. Pensa per esempio a quello che accade quando semplicemente ritorni in un luogo amato, anche a livello di percezioni... Ovviamente non si tratta di una risposta alle puntate delle telenovelas televisive, no, tutt'altro. Quella di fare lo spettacolo in tre giorni è una scelta ben ponderata, anche calcolando il rischio di creare delle rotture o delle dispersioni.
Luoghi che cambiano processi creativi, processi creativi che cambiano i luoghi... Dal punto di vista di chi fa arte o di chi può permettersi di fruirne, la necessità di posti come Cango o come Fies appare molto chiara. Ma allargando lo sguardo al mondo e ai suoi immensi problemi, tutto questo che senso può avere? A chi e a che cosa possono servire, oggi, queste "case creative"?
Visto in forma pragmatica, e pratica se vuoi, appare molto più utile costruire automobili o fabbricare dentifrici. Dunque dobbiamo pensare a quello che facciamo nel nostro ambito non più come a un atto di resistenza, ma come a un atto positivo di intervento sulla cultura e quindi sulla società. Ci sono delle espressioni, delle persone, degli esseri umani che tendono a incontrarsi per sviluppare un concetto di cultura diverso da quello omologato. E questo serve, a una società. La nostra funzione, dunque, diventa una funzione diciamo così umanamente fondamentale. Anche perché ci poniamo aperti a tutto quello che è ascolto del sociale, a una riflessione importante su tutte quelle che sono le problematiche attuali, le tragedie attuali. Non ci poniamo con un senso di consumo della storia, ma con un senso di ascolto della storia. E anche questo oggi, in un'epoca che consuma molto e poco ascolta, è un atto profondamente utile. Certo, la percezione della realtà resta ancora molto distante da tutto questo. Una realtà in cui, tra schizofrenia e produzione, quando si parla di cultura o di centri culturali ecco che si associa di nuovo tutto al consumo, cioè all'idea di spettacolo da consumare, saltando a piè pari quella decisiva bolla intermedia che è la socialità. Vale a dire, appunto, la creazione di luoghi. La storia stessa ci insegna che la creazione di un luogo comune, dalla capanna alla casa del popolo, è sempre stato un punto fondante per una società. In un momento nel quale il mondo cambia così velocemente e le comunità si fanno sempre più rarefatte, ecco riaffacciarsi la necessità di creare più luoghi dove le persone possano fermarsi e veramente incontrarsi. Non a livello di setta o di clan, ma nell'autentico concetto di comunità che torna ad elaborare una cultura realmente utile per il suo futuro.