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Online Festival 2005: Non tutte le strade portano a Roma Teatrino Clandestino cerca casa nella sua Bologna e intanto trova a Fies la casa perfetta. Per girare un film, e spezzare il monopolio di una capitale del cinema in affanno. Torna indice online festival La scheda dello spettacolo "Le nostre compagnie non girano più: si sono chiusi spazi che avevano scommesso su un teatro diverso, più vicino ai linguaggi contemporanei". Questo era il grido di dolore che Pietro Babina, regista e fondatore con Fiorenza Menni del Teatrino Clandestino, lanciava un anno fa dalle pagine della rivista Art'O. Non è che sia cambiato molto, da un anno all'altro. Anzi, a quegli spazi che restano chiusi, per il Teatrino Clandestino si aggiunge il problema di uno spazio che sembra non volersi aprire mai: una casa propria, un atélier creativo nella loro Bologna che la loro Bologna continua a non donargli. Epperò, dall'estate 2004 a oggi qualcosa è successo. In questi mesi ha infatti preso forma il progetto della Lus, voluto da Marco Muller - produttore cinematografico e direttore della Mostra del Cinema di Venezia - e sposato da Drodesera>Centrale Fies. Muller produrrà film scritti e diretti da gente di teatro; e i primi dovrebbero essere proprio loro, quelli del Teatrino Clandestino, che gireranno parte del film proprio nella Centrale Fies. Insomma, in attesa di mettere radici più salde in patria, il gruppo bolognese trova una porta spalancata quassù, nella casa creativa di Drodesera. Un rapporto tutt'altro che occasionale, quello fra il Teatrino e Fies, nato con il teatro e destinato a consolidarsi con il cinema, nel segno di quella straordinaria capacità della Centrale di rinnovarsi e di rimodellarsi nel dialogo con gli artisti. L'anno scorso il Teatrino Clandestino portò a Drodesera "Madre e Assassina", spettacolo attraversato da infinite contaminazioni videocinematografiche; quest'anno invece sarà in Centrale con un progetto in costruzione, la prima prova de "Il fantasma dentro la macchina". Un lavoro teatrale ancora una volta affollato da videosuggestioni e incentrato sul concetto della "obbedienza al potere". Un tema, assicura Pietro Babina, profondamente affine ai nodi centrali del suo futuro film, la cui elaborazione viaggia dunque in parallelo fra teatro e cinema, ma anche tra Bologna e Fies. Un luogo, la centrale idroelettrica sul Sarca, alla periferia dell'impero. E proprio per questo forse - come già ebbe a dire un anno fa Pippo Delbono e come ribadisce oggi Babina - più fertile e vitale. Un luogo aperto, un'ancora mobile ideale per l'ancora migrante del Teatrino Clandestino e della sua inesauribile ricerca nelle forme e nei linguaggi. Energie che si incontrano e si moltiplicano, suggerendo la possibilità di demolire persino una certezza proverbiale: non tutte le strade (del cinema) dovranno per sempre portare a Roma. Pietro, l'anno scorso voi, i Motus e Fanny&Alexander, lanciavate da Art'O una dura invettiva contro la situazione attuale del teatro italiano. Come vanno le cose oggi, è davvero così nera? Per capire a che punto siamo oggi dobbiamo tornare indietro, agli anni Novanta. In quel periodo la situazione per noi era in continuo crescendo, con una serie progressiva di riconoscimenti al nostro lavoro. Poi, scavalcato il Terzo Millennio, tutto si è come bloccato perché è venuta meno la "spinta". Non la spinta artistica, ma quella delle istituzioni. Che prima hanno sostenuto compagnie come le nostre, facendole accedere a finanziamenti importanti ma chiedendo loro in cambio una crescita forte anche dal punto di vista amministrativo e burocratico; e poi, d'improvviso, si sono fermate. E voi, a quel punto, vi siete ritrovati alla guida di grandi macchine con poco carburante... Sì, è così. La nostra per esempio è ormai una compagnia molto strutturata, con persone che ci lavorano stabilmente, con degli stipendi a fine mese... Uno sforzo che è stato enorme, e che a mio parere non è mai stato ripagato nel modo giusto. Impegnarci per raggiungere gli obiettivi anche in questa direzione, reinvestire tutto quello che ci era stato dato... Finché un giorno i finanziamenti si sono bloccati, e quella crescita che ci era apparsa come una svolta ora è un fardello che per molti aspetti ci affatica. Perché comunque devi sostenere tutta una serie di incombenze e rispondere a tutta una serie di richieste burocratiche, ma a fronte di questo non c'è più una risposta. Noi abbiamo avuto una crescita molto forte anche da un punto di vista artistico, della progettualità, riuscendo a trovare partner internazionali per realizzare i nostri progetti. Ciononostante nel tempo, salvo alcune strutture come per esempio nel nostro caso specifico l'Ert o lo Stabile dell'Emilia Romagna, non abbiamo avuto reale sostegno del sistema. Ma qual l'anello di questa catena, il pezzo di "sistema" che si è inceppato? Non saprei dirtelo in modo preciso. So che dieci anni fa c'era come un entusiasmo, o se preferisci un semplice prendere atto che in questo Paese c'era della gente valida che faceva delle cose; ma poi questa attenzione è scomparsa. Non direi neppure che tutti i guai vengono dal governo attuale. Certo, questo ultimo governo ha peggiorato le cose, ma non è solo sua la responsabilità. Tanto per capirsi, la Regione Emilia Romagna ci dà un finanziamento ridicolo, che è sempre lo stesso da anni. E non accenna ad aumentarlo, inspiegabilmente, nonostante i resoconti che noi abbiamo via via presentato da quando ci diede quel primo contributo. Eravamo una piccola compagniola di tre persone: ora siamo una roba completamente diversa, e prendiamo lo stesso identico contributo di allora. Una cosa assurda. E il Comune di Bologna? Il Comune quest'anno ha fatto un grosso passo avanti, raddoppiandoci il finanziamento. Insomma, siete tra quelli che non si possono lamentare delle politiche culturali del sindaco Cofferati. No, credo di no. Almeno la mia esperienza non è quella. Negli ultimi colloqui è emersa anche la volontà di trovarci una collocazione dal punto di vista dello spazio. Però, al momento, nella realtà non si concretizza nulla. Abbiamo sentito dei discorsi, e già da un bel po' di tempo. Anche lo studio che portiamo quest'anno a Dro già avrebbe dovuto nascere in uno spazio dato dal Comune. Ma al Comune questo spazio non sono stati in grado di trovarlo, e quindi abbiamo lavorato in un centro sociale occupato. In ogni caso siamo andati a un tavolo di discussione, e loro dicono che sono hanno tutta lintenzione di risolvere il problema. Lo faranno? Staremo a vedere. Nel frattempo sono anni e anni che noi ci arrangiamo. Con l'amministrazione precedente pagavamo l'affitto di un capannone in totale autonomia; negli anni precedenti c'era stato un momento - con il sindaco Vitali - in cui ci era stato affidato uno spazio, che poi ci è stato tolto perché doveva diventare una galleria d'arte moderna. Quello resta l'unico vero luogo che ci abbia dato il nostro Comune in tutto questo tempo. E non a caso era proprio in quel periodo di "spinta" che ti dicevo prima. I magnifici anni Novanta... Eh! Lì avevamo uno spazio, lo abbiamo avuto per cinque anni in convenzione, senza nessun tipo di condizione, dove potevamo lavorare, avere gli uffici, fare scenografie, magazzino, tutto... E alla fine arriva la nuova amministrazione e lo spazio ci viene tolto. Invece di andare in crescendo, si torna a calare. Ed è tutto un po' così. A capriccio dell'amministratore di turno, insomma. E indipendentemente dalla qualità del lavoro artistico. E' così? Noi siamo stati anche tra i "fortunati" che sono riusciti a passare abbastanza indenni dall'amministrazione precedente. Perché per sua stessa ammissione, fuori dai denti, l'assessore ci disse: "Sia i vostri amici che i vostri nemici dicono che siete molto bravi, quindi io non posso farci niente". E non ci tagliò i finanziamenti, mentre altri hanno preso delle belle bordate, da quel cambio di amministrazione. Ammettiamo che presto il Comune o chi per lui trovi per voi questa benedetta "collocazione". Ecco, come immagini un vostro spazio stabile? E perché ne senti la necessità? Innanzitutto, nonostante qualche piccolo ammiccamento ci sia stato, noi non vogliamo un teatro. Non lo abbiamo mai voluto e non lo vorremo mai se non... Beh, insomma, mai dire mai. Però al momento, e credo che sarà così per un bel pezzo ancora, non aspiriamo a un teatro da dover gestire, a essere direttori artistici di un luogo teatrale. Quello che interessa a noi è di avere un atélier, quindi un luogo dove puoi fare le prove, costruire gli spettacoli, costruire le scenografie, fare i laboratori. In sostanza lavorare, ma non essere il teatro che fa la "stagione", piccola o grande che sia, o che fa ospitalità. Noi siamo sostanzialmente una compagnia di produzione, produciamo gli spettacoli, non abbiamo mai avuto la vocazione a programmare o ad organizzare. Per cui con il Comune si sta cercando un posto che abbia queste caratteristiche. Perché? Perché credo che ce lo meritiamo, perché abbiamo dato a questa città un sacco di bei lavori che hanno girato in tutta Europa, perché siamo oggi una delle compagnie più importanti che girano l'Europa... E questo da un punto di vista culturale è importante, e andrebbe sostenuto nel senso di dire "siete di qui, state qui, qui c'è il luogo vostro", così come succede in tante parti del mondo. Del mondo, ma non sempre in Italia. In Italia molto raramente, o comunque si fa una gran fatica. Io spero che questo accada. A parole il Comune vorrebbe essere più partecipe, essere più "con noi", o almeno così hanno detto. Quindi anche figurare di più come sostenitore effettivo, anche quando ci si muove, si gira, vorrebbe comparire, insomma vorrebbe dare un segno tangibile. Questi sono i discorsi, ma... C'è un esempio paradigmatico, nella tua esperienza di questi anni, dei limiti e delle difficoltà che la mancanza di una casa propria impone al lavoro artistico? Più che un caso specifico è una questione complessiva: questa mancanza di un luogo è sfiancante. Ti fa fare molta fatica. E il problema che spesso abbiamo cercato di far notare ai nostri interlocutori, nelle discussioni, è soprattutto rispetto all'estero. Dove il fatto di presentarsi come figli di nessuno, senza avere alle spalle una struttura, un luogo, che il tuo Paese, la tua ufficialità, ti ha riconosciuto, toglie molta credibilità al lavoro degli artisti italiani. Li rende molto più vulnerabili rispetto agli altri, in balìa della diffidenza. Poi magari c'è gente come noi che la diffidenza è riuscita a superarla, a rendersi credibile nonostante tutto questo. Però resta molto avvilente nei confronti di altri artisti europei che girano anche con la forza di sostegni effettivi. Alla fine la sfanghi sempre, riesci sempre a trovare un luogo dove andare a lavorare. Però è una fatica doppia. Fatica mentale, ma anche fisica, mi par di capire. Pensa a una compagnia come la nostra: ormai ha una struttura tale per cui sta diventando faticosissimo doversi spostare ogni volta. Ci pensavamo proprio l'altro giorno: siamo rimasti un mese in questo centro sociale, e per lavorare, senza rendercene conto abbiamo portato talmente tanta di quella roba che ora non sappiamo più fisicamente dove metterla. Attrezzature, tutto il materiale per fare le scenografie, le seghe, le saldatrici... Noi non siamo persone che lavorano con poco e niente. Noi abbiamo sempre lavorato sull'impianto scenico, quindi per noi il luogo vuol dire anche questo, cioè lavorare sull'aspetto formale. E non avere un luogo come diocomanda, che col tempo cresce, è un limite serio. Avere un'architettura intorno vuol dire molto per la crescita di un lavoro, soprattutto per un lavoro come quello che facciamo noi, in cui la ricerca non è puramente incentrata sull'attore ma è una ricerca a tutto campo che va dalla drammaturgia all'attore, fino agli impianti scenici. Che sono complessi, e per noi fondamentali. Senza un luogo è veramente dura, perché ogni volta devi ricominciare daccapo, è come ricominciare daccapo, tutto. Ricostruisci tutto, rimetti su ogni minima cosa. E poi vabbè, noi non cediamo, perché questa è la nostra vocazione. Ma non avere una casa nostra è un limite enorme. Potremmo fare molte più cose, una ricerca più forte. Intanto però, per fortuna, ci sono altre case che vi aprono le porte. Per esempio la Centrale Fies, dove quest'anno presentate uno studio e dove in futuro dovreste girare addirittura un fim, nell'ambito del progetto Lus. Mi racconti un po' di questa prossima avventura, e soprattutto mi spieghi perché il cinema? Io e Fiorenza, i due fondatori del Teatrino Clandestino, sin dai primi anni, da quando uscimmo dall'accademia, abbiamo sempre avuto il desiderio di fare il cinema, è una cosa che abbiamo sempre vagheggiato. Poi però, usciti dalla scuola, abbiamo fatto una scelta: che è stata quella di non prender su le valigie e partire per Roma, per andare a bussare alle solite porte, perché avevamo la percezione - che poi il tempo ci ha confermato - che laggiù ci saremmo persi in una serie di dinamiche di preghiera e di elemosina continua. Per arrivare sì, magari a una certa età, a fare un film; ma ormai talmente pieni di compromessi... Sarebbe stato insomma molto più importante trovare i soldi per fare, piuttosto che pensare alle ragioni del fare... Esatto, ci saremmo sfiniti. Invece avevamo un'urgenza creativa talmente forte che, dopo aver provato a fare delle piccole cose di cinema qui a Bologna, la via del teatro prese il sopravvento, e in virtù di un ragionamento molto lucido. Col teatro possiamo fare quello che ci pare, ci siamo detti. Pochi mezzi, ma comunque quando partiamo quello che è, è. Facciamo un lavoro serio su questo, e poi chissà. Se riusciamo ad avere una buona credibilità come artisti nel campo teatrale, forse potremo poi cominciare a lavorare sul cinema, ma con le spalle forti come artisti. E questo poi è stato. Perché ora che godiamo di una certa credibilità, infondiamo fiducia. Anche in chi ha deciso di sostenere questo nuovo progetto cinematografico. Vi si dà fiducia anche perché non siete esattamente dei "debuttanti" con la macchina da presa, no? E così. Proprio grazie alla credibilità acquisita col teatro, prima abbiamo fatto un esperimento "in solitaria", con un finanziamento del Comune per Bologna 2000. Abbiamo girato un lungometraggio, autoprodotto, che poi è stato l'episodio attraverso il quale abbiamo conosciuto Marco Muller. Che venne sul set, vide il lavoro, lo trovò interessante ma al tempo stesso già troppo avanti nel suo sviluppo perché a quel punto potesse entrarci direttamente. Tuttavia ci chiese di mantenerci in contatto. Qualche tempo dopo io scrissi un soggetto, quello che se tutto va bene diventerà il film da girare in parte alla Centrale Fies, e lo portai a Marco. Gli piacque, e si prese un tempo per capire se e come si poteva fare. Ma il progetto Lus era già nato? Non lo so. Questa di raccogliere le realtà teatrali e portarle nel cinema è un'idea di Marco Muller, nella quale sono rientrato dal momento che avevamo già questa discussione su questo progetto. Lui mi disse che si poteva proporre ad altri, perché avvertiva questa tensione nel teatro verso il cinema e riteneva che delle proposte nuove per il cinema potessero venire proprio da qui, dal teatro. E così lui s'è dato molto da fare per costruire questo progetto, ci ha radunati e ha ovviamente trovato il consenso di tutti. Perché è una cosa che poi, in autonomia, pensavamo tutti noi. Tutti noi già da tempo ci chiedevamo ma perché si continua a fare cinema in questo modo, non si potrebbe fare in un altro?. Quindi quest'idea di Marco ha trovato un terreno fertile. E poi? E poi di lì i progetti si sono sviluppati singolarmente, ciascuno ha seguito il suo percorso. Io sono stato affiancato da una sceneggiatrice, abbiamo scritto tutta la sceneggiatura e parallelamente abbiamo continuato la nostra attività teatrale. Attività che ci ha portati a questa ultima produzione, quella che mostriamo adesso alla Centrale Fies e che finirà in un lavoro più grande. E che comunque ha come tematiche, come sapori, delle cose molto in comune con il film. Teatro e cinema, insomma, nella nostra ricerca degli ultimi mesi hanno viaggiato in parallelo. Le due cose si sono molto influenzate in questo lungo periodo. Quindi ancora una volta ho avuto la conferma che almeno per quanto riguarda il Teatrino Clandestino la natura creativa rispetto al cinema e rispetto al teatro non erano poi così lontane. Come dire, non è un vestito che ci siamo messi addosso perché è bello fare cinema. Non è stato così. Almeno per noi. Che fai, alludi a qualcuno? No, no, no, se ho fatto un'allusione giuro che non me ne sono accorto. No, il cinema per noi è stato un percorso compiuto in autonomia, da soli, e che ora si realizzerà, spero, in modo concreto. Ma che contributo credi che possa portare il teatro al cinema? O perlomeno un teatro come il tuo? Il contributo che possiamo portare noi, e dico noi del Teatrino Clandestino, non parlo del teatro in generale, è che noi siamo molto impegnati sull'aspetto formale, sulla ricerca formale. Che mi sembra, nel cinema italiano, una cosa pressoché abbandonata. C'è questa ossessione di raccontare una storia, a tutti i costi una buona storia, e poi tutto si concentra lì. Ma da un punto di vista proprio del cinema in quanto linguaggio non si vede mai nulla non dico di innovativo ma comunque che si spinga verso l'innovazione. Non vedi un film che dentro di sé porta una ricerca formale come uno dei problemi fondanti dell'opera. Il modo di filmare, il modo di montare, il linguaggio della narrazione in sostanza è molto immobile e da molto tempo. Penso allora che un gruppo come il nostro possa offrire questa spinta, la spinta a lavorare sul cinema come linguaggio. Non per stravolgerlo, non per mettere il teatro dentro il cinema forgiando un ibrido assurdo... No, produrre qualcosa di magari ancora non perfetto, ma che almeno ponga il problema, la questione che il cinema è anche forma, che è importante anche studiarne il linguaggio, che non è soltanto una storia da raccontare. Mi pare che nel progetto Lus ci sia anche una grossa novità rispetto al "linguaggio" della produzione. Sì, l'altro contributo importante saranno proprio i modi con cui produrremo. E capisco che questa è una partita importante anche osservando quanto Muller sia legato all'idea che questo film venga prodotto e creato in un certo tipo di contesto. L'idea cioè di starsene lontani da Roma non è casuale, così come non è casuale l'idea di usare tutto un entourage di persone legate alla compagnia o comunque a un certo tipo di mentalità. Insomma, si cerca di fare accadere tutto in un ambiente slegato dai normali circuiti del cinema. Esattamente. Quando mi è stato proposto di andare a girare a Fies, in Trentino, ho detto perfetto!, perché mi tiene il più lontano possibile da un certo tipo di mondo. E la cosa sicuramente influenzerà il lavoro: anche senza dover per forza metterci la genialità, tutto il contesto in cui si sta andando a lavorare certamente influirà, essendo molto diverso da ciò che di solito è il sistema di produzione. Porterà qualcosa di nuovo: se sarà interessante o no, se avrà un senso o no, questo lo scopriremo solo alla fine. Un azzardo? Io sono convinto di no, perché comunque siamo tutte persone molto ma molto serie. Ed è difficile che faremo una cosa naif. Potrà essere semmai un film problematico, ma non naif. Una sfida del genere ha quindi, al di là del valore artistico, un significato politico molto profondo, quello di provare a uscire da un sistema dominante. Un obiettivo ambizioso, no? Credo che qui in Italia il problema non sia quello, per esempio, del cinema indipendente americano, che ha una Hollywood opprimente, devastante. Il problema del nostro sistema-cinema è soprattutto culturale. Essere indipendenti qui non è un problema di essere indipendenti economicamente, di essere fuori dalle major. Qui è proprio il fatto di uscire da una mentalità, di vivere il cinema con un'altra mentalità. In tutti questi anni Roma non ha mai mollato l'osso del cinema, l'ha sempre tenuto là, non ha permesso a Milano, non ha permesso a Torino, non ha permesso a nessuno di fare da sé. Questo polo centralizzato ha creato una sorta di routine pericolosa. Acuita ora da questa promiscuità con gli studi televisivi: tivù e cinema quasi una cosa sola, e quindi un modo industriale di produrre molto banalizzato, nell'aspetto artistico. Un sistema dove c'è gente che lavora come un qualunque impiegato: invece di mettersi dietro una scrivania si mette davanti a una telecamera, dice quattro battute imparate alla meno peggio e se ne torna a casa. E anche chi prova ad agire diversamente, finisce per farsi a sua volta annacquare. Per esempio anche un regista che abbia una sua tensione artistica, si trova poi a lavorare con maestranze, attori, insomma con un ambiente che quelle tensioni non le ha. Quindi la persona singola, o le due o le tre persone che pure vogliano provare vie differenti, alla fine restano isolate, rispetto al contesto. Torniamo allora all'importanza della moltiplicazione dei luoghi di produzione e di creazione. Certo, per il cinema sarebbe fondamentale. Anche per il teatro. O no? Sì, certo. Ma tutto sommato il teatro, con il vantaggio che puoi farlo con due lire, l'ha sempre avuta questa natura. Il teatro, come creatività e come produzione, è effettivamente distribuito sul territorio nazionale. Dalla Sicilia a Torino ci sono gruppi che producono e ai quali vengono date più o meno pari opportunità. Non dico grandi opportunità, ma più o meno le stesse ad ognuno. Insomma, nessuno dice più se voglio fare teatro devo andare a... sennò non posso farlo perché tutto il mondo è lì. No, puoi startene a Torino, puoi startene a Bologna, come abbiamo ampiamente dimostrato, e non sei obbligato a emigrare per forza. Per il cinema è meno così, per il cinema al novanta per cento dovresti andartene a Roma. Il nostro quindi, in questo momento, è un grande privilegio. E' un grande privilegio poter fare un film senza passare da Roma, girando in posti come la Centrale Fies. Un luogo dove l'anno scorso avete presentato uno spettacolo teatrale, "Madre e Assassina". Cosa hai pensato quando hai visto la centrale per la prima volta, magari anche proprio nella prospettiva del film? Credo che l'impressione sia stata quella di tutti. E' uno spazio incredibile, e ovviamente mi ha colpito. E' veramente un posto di una bellezza rara, anche per la posizione, sotto le montagne, con il fiume davanti... Dentro poi, strutturalmente, è bellissimo. E quindi quando è saltata fuori la proposta di eventualmente girare e stare lì, io ci sono andato a nozze. L'idea poi di lavorare in isolamento, in isolamento vero; l'idea che il luogo in cui viene costruito il film sia in qualche modo isolato dal mondo, mi attrae molto. Mi seduce, questa sorta di hermitage cinematografico. La prospettiva di essere inserito in una bolgia cittadina... No, grazie. Proprio no. Preferisco Fies. Intervista a cura di Emilio Guariglia. |
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